Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai

Matteo Motterlini Solferino Libri - 2025

 

Introduzione

Se vi preoccupa la concentrazione di microplastiche negli oceani, è solo perché ancora non conoscete quella scoperta nel cervello umano. Uno studio pubblicato su «Nature Medicine» nel 2025 ha rilevato, nei tessuti cerebrali post mortem, una media di 4917 microgrammi di plastica per grammo di materia grigia. Quasi 7 grammi di polimeri sintetici, derivati del petrolio, in un solo cervello adulto. L’equivalente di circa cinque tappi di bottigliette d’acqua che, negli anni, si sono accumulati tra le nostre sinapsi.

E se non fosse già abbastanza inquietante, nei cervelli di pazienti con demenza – Alzheimer, vascolare o altre forme – la quantità è risultata cinque volte superiore alla media. Non possiamo ancora parlare di nesso causale, ma è chiaro che il problema va indagato a fondo. Anche perché la concentrazione di plastica nel cervello è raddoppiata negli ultimi otto anni. Nel frattempo, le microplastiche sono state trovate nel sangue, nello sperma, nel latte materno, nella placenta e persino nel meconio (già, neppure le prime feci di un neonato sono bio al 100 per cento).

Stiamo diventando plastica. Non solo in senso metaforico, come segno di un’incapacità crescente di provare empatia per una natura che stiamo devastando; ma nel senso letterale, del polietilene, polipropilene e PVC che colonizzano il nostro sistema nervoso centrale.

Anche l’anidride carbonica, invisibile, inodore e onnipresente, è un sottoprodotto tossico di quel modello di progresso che abbiamo eletto a ideale. Produciamo, consumiamo, bruciamo – petrolio, gas, carbone. E le emissioni si accumulano, molecola dopo molecola, nell’atmosfera. Formano una coperta che trattiene il calore, spingendo il pianeta verso soglie di instabilità sempre più estreme.

È evidente ormai che non è solo il clima a essere fuori controllo. Lo siamo anche noi.

Il consenso scientifico è unanime: i cambiamenti climatici sono rapidi, distruttivi e causati in larga parte dalle attività umane. Eppure, nonostante l’Accordo di Parigi del 2015 e le promesse reiterate fino alla COP29 di Baku, continuiamo a immettere ogni anno circa 40 miliardi di tonnellate di CO₂, superando puntualmente il record precedente. È come restare seduti sui binari del treno a occhi chiusi, sperando che quel rombo in lontananza sia solo un tuono. I binari li abbiamo posati noi, il treno l’abbiamo costruito noi, ma ci illudiamo che passerà da un’altra parte. Le proiezioni indicano un aumento di circa 3 °C entro fine secolo, ben oltre la soglia critica di 1,5 °C, superata la quale rischiamo di innescare punti di non ritorno. Anche se smettessimo oggi di emettere CO₂, alcuni danni sono ormai irreversibili.

E mentre le microplastiche si infiltrano nei nostri organi e un clima sempre più instabile bussa alle nostre porte, cresce il consenso per leader politici che negano l’origine antropica del riscaldamento globale, ne sminuiscono la gravità o rinviano la soluzione a tecnologie salvifiche inesistenti. Alla nostra paura di un futuro improvvisamente incerto e minaccioso, rispondono trasformando la crisi climatica in una questione identitaria, guardando nostalgicamente a un passato che comunque non tornerà. Così, al posto della cooperazione, si impongono dazi; al posto della responsabilità collettiva, prevalgono interessi nazionali; al posto della solidarietà intergenerazionale, si moltiplicano le promesse elettorali a breve termine. Risposte semplici a un problema complesso; ma del tutto inefficaci perché la CO₂ non si ferma ai confini, non chiede asilo, non resta imprigionata in un hotspot.

Che fare allora?

La risposta avanzata in queste pagine non ha nulla a che vedere con zucchine biodinamiche amorevolmente coltivate sul balcone con fondi di caffè compostati, né con orti idroponici cresciuti in bottiglie di plastica riciclata seguendo i tutorial dell’ennesimo eco-influencer virale. Lasciamo volentieri ad altri le guide in cinque comode mosse per “salvare il mondo prima di cena”. E no, a nessuno verrà chiesto di rinunciare al prossimo volo low-cost. Anche se, a voler essere precisi, volare e mangiare carne – in particolare quella rossa – sono tra le abitudini individuali con più alta impronta di carbonio. Tanto sappiamo già come andrà: prenderemo quel volo, mangeremo quello che ci pare, e placheremo il senso di colpa con una borraccia d’acciaio o una borsa in cotone biologico con la scritta “There is no planet B”, che, ovviamente, posteremo su Instagram.

I gesti simbolici – per quanto animati dalle migliori intenzioni – non sono una soluzione. Perché questa possa farsi strada, serve un riconoscimento più profondo, più scomodo, e necessario: il problema, prima ancora che ecologico, è cognitivo. Perché a essere diventato davvero insostenibile è il nostro modo di pensare.

Per questo ci chiederemo: Perché la crisi climatica non ci smuove? (Capitolo 1) Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? (Capitolo 2) Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? (Capitolo 3) Perché cambiare ci costa così tanto? (Capitolo 4) Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? (Capitolo 5) Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? (Capitolo 6) Perché neghiamo l’evidenza? (Capitolo 7) Perché non ci fidiamo della scienza? (Capitolo 8)

Non ci limiteremo ad analizzare il problema. Proveremo a ribaltarlo, smontando pezzo per pezzo i nostri pregiudizi, e individuando le strategie per superarli. Così da trasformare l’impasse in un punto di svolta, l’ineluttabile in possibilità, l’inerzia in azione. E trovare un antidoto all’immobilismo collettivo: indispensabile per chi vuole capire perché la nostra mente fatichi tanto a fronteggiare la crisi climatica, e per chi desidera comunicarla meglio, fare politica in modo più incisivo o portare l’attivismo ambientale fuori dalla bolla, evitando che i messaggi cadano nel vuoto.

Il futuro non aspetta. Sta arrivando a velocità crescente, e la scelta è nostra: restare fermi o cambiare direzione. Ma perché il cambiamento accada, dobbiamo prima disinnescare le trappole mentali che ci bloccano. Partire da qui, dal nostro cervello. L’unico luogo da cui – nonostante i grammi di plastica che lo contaminano – può ancora essere concepito un futuro diverso.

Questo libro è un modo per cominciare a pensarlo insieme.

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